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LABORATORIO 53 onlus

  per l'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati

 

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  GRUPPO DI ACCOGLIENZA

Il “gruppo di accoglienza”consiste nella costruzione di uno spazio di dialogo, ascolto, racconto autobiografico, espressione, testimonianza e di cura delle relazioni, a partire dalle risorse e dalla peculiarità di ciascuno.  Per fare ciò usiamo la parola -  orale o scritta - ma indaghiamo anche altri canali comunicativi, come quello teatrale, musicale, corporale, ecc..

Difficile dire cosa succede e perchè un gruppo di accoglienza. Eppure queste due parole dopo anni che ci pensiamo ci girano per la mente come giuste. Il gruppo - L'accoglienza. Non essere soli, dare e ricervere accoglienza. Nessuna metascrittura. Questi racconti nascono da un pomeriggio di programmazione attività, non da interviste. Parlare del gruppo RAR, di cosa facciamo e abbiamo fatto in uno o più anni trascorsi insieme ci porta sorprendentemente dentro l'intimità di ognuno. Familiarità, accadere, libertà, amicizia, appoggio, sono le prime parole per dire il gruppo. Narrazione, confronto, lettura e scrittura per ragionare insieme delle vite che ci toccano. Teatro, canti, danza per non affaticare la differenza della lingua. Gite fuori porta, in mezzo al bel freddo d'inverno nei boschi per darci energia. Tempo, mente, penne e mestoli insieme per condividere il tempo.

Nel tempo abbiamo focalizzato l’efficacia terapeutica della dimensione del gruppo : relazione ci sembra la parola chiave, accompagnata da uno stile, quello dell'averne cura. Per questo ci rivolgiamo a migranti che sono arrivati da poco e/o vivono la loro condizione di esilio in modo particolarmente doloroso: isolamento individuale, non riconoscimento giuridico, discriminazione ed esclusione sociale. Mettere al centro la cura della relazione interpersonale con chi è stato ferito da violenza antropogena diviene un lavoro delicato e centrale per la ricostruzione di un senso, del perché dello sradicamento e della fuga, della possibilità di un progetto di vita in un luogo estraneo.

     L’esperienza lavorativa di questi anni, al fianco di chi ha chiesto protezione al nostro Paese a seguito di persecuzioni e violenza, ci ha mostrato in maniera lampante come la forma del gruppo, con il suo articolarsi di relazioni collettive ed individuali, faciliti notevolmente i processi riabilitativi, immettendo le risorse di ciascuno in un luogo aperto (ai cambiamenti, elastico rispetto alle situazioni e alla presenza di persone sempre nuove) dove si sviluppa un clima in cui la soggettività di ciascuno incontra l’intersoggettività del gruppo, permettendo così di trasformare la situazione drammatica che l’individuo sta vivendo attraverso una riappropriazione di sé e una messa in gioco collettiva.

     La dimensione di gruppo permette inoltre di superare una rigida dicotomia di subalternità tra operatori e utenti, permette di costituire nuove collettività determinate da linguaggi comuni che si andranno di volta in volta a costruire. Viene a costituirsi quindi un luogo e un tempo nel quale riappropriarsi della propria soggettività e sperimentare la propria autonomia nella relazione con gli altri, e quindi come un ponte per l’integrazione e la partecipazione al contesto sociale in cui si vive.

      L’obiettivo del gruppo di accoglienza è quello di mobilizzare il ruolo fisso di “vittima” in cui la persona sofferente e/o le istituzioni curanti rischiano di inserirlo, realizzando un percorso che vada dall’esser impotente – conseguenza del potere inflitto dal torturatore[1], sempre pronto a riattualizzarsi nella relazione con l’alterità – all’essere capace, ed in particolare capace di agire il presente e credere nel proprio futuro, secondo tre fasi essenziali: condivisione, reciprocità, attivazione. 

     Per fare ciò, abbiamo posto le seguenti condizioni di attuabilità:

  • Condividere la medesima condizione esistenziale: essere richiedenti asilo e rifugiati e vivere la condizione dello sradicamento, dell’esilio, delle violenze subite e/o in atto in modo particolarmente sofferto;

  • Punto di partenza: il presente vissuto. Mai chiedere come prima cosa a chi arriva al gruppo di raccontare il suo passato. Al contrario, presentandoci, comunichiamo alla persona che per entrare nel gruppo non c'è bisogno di raccontare gli anni di carcere, le sevizie ed i loro segni, né le condizioni di fuga o il perché si arriva. La persona al gruppo è quello che sceglie di dare di sé. Il sapere e condividere il proprio passato, se verrà, sarà un dono che ognuno sceglie se dare e a chi;

  • Reciprocità. Il gruppo è ciò che le persone che vi partecipano lo fanno essere, in continuo divenire, accogliente grazie alla consapevolezza, alla volontà e all’esperienza di chi si offre agli altri nel gruppo;

  • Attivazione. Non c’è conduttore, ma solo facilitatore. Ogni persona presente è un soggetto capace di attivare il gruppo, produrre nuove comprensioni e azioni.

      Il gruppo è il punto di partenza di una cura della relazione all’interno e all’esterno del gruppo stesso. Se infatti esso espone le persone invitandole fino al punto in cui vogliono esprimersi, rispettando quindi i lunghi silenzi dei nuovi arrivati, è vero che tale situazione è anche un'incubatrice di cura e fiducia che prepara ad un'uscita all’esterno più forte e consapevole – pensiamo alle file in Questura, agli accompagnamenti nei Centri per l'Impiego, alla selezione per la formazione professionale, ai luoghi istituzionali di ricerca alloggio o ai servizi sociali, ma anche alla strada che camminiamo insieme, agli sguardi e alle parole negli autobus, ai controlli della Polizia alla stazione, ai luoghi di vita e di comunità organizzati dagli stessi migranti.

     In ciò che chiamiamo accompagnamento, in una logica di mediazione socio-culturale, ci si può trovare da un momento all'altro sbalzati da una situazione di mediazione e filtro “competente” ad una situazione capovolta in cui ad essere guidato sei tu e ad essere competente è l'altro. La cura della relazione, come obiettivo del gruppo di accoglienza, implica costitutivamente questo rovesciamento delle competenze, questo gioco e scambio e dono delle proprie competenze all'altro e viceversa.

            Il potere socio-terapico del gruppo funziona proprio a patto di questa mobilizzazione. Noi ci sentiamo accolti; lui/lei diventa capace ad accogliere e non solo bisognoso di aiuto. Il passaggio dall'essere bisognoso all'essere capace dice molto del nostro obiettivo.   Quando parliamo di passaggio non crediamo in un percorso lineare progressivo che si fa una volta sola; al contrario, il gioco tra dipendenza e libertà, uni-versalità e reciprocità, bisogno e capacità non è permesso quasi mai di giocarlo una volta sola. Ogni andare avanti verso la fiducia e l'autonomia porta con sé la possibilità della regressione – qui, certamente, l’aver subito tortura, la colpevolizzazione e la riduzione del sé a impotenza hanno una forza prorompente - ma crediamo che questo andirivieni sia parte integrante della formazione dell'identità e della relazione tout court; se così non fosse, ritorneremmo a fare di un evento specifico, la tortura, che certo significa e costringe, la chiave di volta di un'intera mappatura della personalità. Sono invece molte e varie le componenti che vivono e si intrecciano: la singolarità della storia, la capacità culturale e politica di leggerla, la codificazione semantica nella cultura di appartenenza, la rappresentazione identitaria dello straniero nel Paese di accoglienza.


 

[1] Cfr. F.Sironi, Persecutori e vittime.

 

Documento: una giornata al gruppo di accoglienza

 

Tazze nuove e biscotti iniziano il pomeriggio. Sono ancora da sola. Arriva Addis, sorriso amico, Silvia mi chiama perché il treno non passa, Marta entra zitta zitta e così Luca, che appena seduto intavola grandi discorsi. Il filo c'è, è il nome della nostra associazione, Laboratorio 53, perché laboratorio e perché 53. E che significa lavorare con richiedenti asilo e rifugiati. Nulla è lasciato al caso, la cura del Piccolo principe per le parole ci scalda. Laboratorio 53 siamo noi e questo noi è frutto di una scelta: lavorare con i migranti. Chi desidera questa decisione, chi la prende o la prenderà, fa parte di noi. L'unica differenza tra noi e gli altri sta nella scelta, perché gruppo RAR è un gruppo che per caso e per fortuna si è incontrato, agisce, cresce e decresce, parla e si inventa. Laboratorio 53 fa in più di questo caso un impegno.

Addis è un adulto bambino, un uomo che conserva i tratti, la fedeltà, la tenacia e la ricerca di gesti precisi di un bambino nei suoi primi passi verso il mondo. Come un bambino alcune cose che succedono sembrano scivolargli addosso, ma in realtà non dimentica. Ammira le tazze nuove mentre ascolta annuendo al mio tentativo di spiegare perché lavoro con i richiedenti asilo e quanto imparo da loro. Imparo ad accogliere il segreto di ogni singola vita, a vivere nel presente dell'incontro il mistero che la regge. E lo imparo proprio non chiedendo quello che per dovere professionale o stolta curiosità è qui in Italia continuamente interrogato, scoperto, denudato, scritto, certificato, provato o non provato: il loro passato.

Donna congolese, rifugiata riconosciuta, testimonial in qualche manifestazione da qualche parte, Addis  l'ascolta: "Ora che sono rifugiata, che sono protetta da questo Stato e vivo al sicuro, non ho più niente da proteggere. Sono ormai vuota, scoperta". In balia di tutti quelli che sanno le violenze subite, in balia della Questura in cui ho dovuto raccontare la mia storia, in balia degli avvocati che me l'hanno fatta correggere e ripetere, in balia della Commissione - perfetti sconosciuti che hanno giudicato la verità delle violenze subite, file di dettagli sul mio corpo come termometro di veridicità. Serviva una vittima e lo sono diventata. Questo racconta Addis, lui che un pò di ritegno se l'è conservato, è riuscito a non piangere e a dire quello che voleva dire in Commissione, non quello che la Commissione voleva o doveva sentirsi dire. Ha in mano il diniego perché non s'è consegnato, ha custodito il segreto così come lo custodisce con noi. Ora non può prendere l'autobus perché un semplice controllore a cui gira storto può abusare del suo potere e chiamare le forze dell'ordine, facile in questi giorni ritrovarsi in un CPT prima di aver capito perché.

Addis ha l'espulsione in mano, un riesame iniziato per favore un ricorso in contemporanea, senza avere ancora nulla con sé oltre al foglio di via. La donna rifugiata aveva ragione, lei coi suoi documenti e un lavoro e probabilmente una casa. Io ho fatto gli stessi giri, la Questura di Roma  la conosciamo bene, vivo in un centro di accoglienza "per favore", dato che non ho più documenti e per legge sono uscito di qui, non esisto quindi più né qui né là. Per favore mangio pasta e pane nel centro e per sfavore m'è venuto il diabete, per favore alcuni giorni riesco a prepararmi un'insalata di cetrioli cipolla e peperoni con tanto piccante invece di continuare a mangiare pasta che peggiora il diabete. Ma il cioccolato mi piace troppo, quando me lo regalano non ci rinuncio neanche morto. Non faccio più sport, non posso più lavorare, non ho più un soldo, dimentico tutto quello che sapevo fare. Quando cambi mondo tutto cambia, il freddo il caldo la vista il metabolismo la pelle, la fiducia in te.

Metti un giorno per caso arrivi in un altro mondo in cui qualcuno che non conosci ha deciso che non puoi stare e sei senza soldi, lingua, cibo, casa. Aspetti che qualcuno che ti ha promesso un favore si ricordi di te. Quel qualcuno può chiamarsi Caritas, S. Egidio, Centro Astalli, Commissione, Medici contro la tortura, Laboratorio 53, Avvocato, Questore, Amico, Dio. Addis ha un filo diretto col suo Dio, in fondo lo sa che qualcuno si ricorda di lui nonostante noi, da qui forse il fatto che raramente s'abbatte, una insormontabile serenità lo abbraccia nonostante tutto.

Nei tavoloni della biblioteca noi mediatori culturali, antropologi, assistenti sociali e psicologi ecc. ecc. studiamo che significa tortura e sottolineiamo le parole del torturatore che fanno a pezzi la persona: "Niente, nelle mie mani tu non sei niente". Specchio riflesso del vivere in un luogo che canta facilmente i diritti dell'uomo e che in vetrina aborrisce la tortura: Addis qui da noi tu sei niente, sei nelle nostre mani e vivi grazie a noi, ringrazia inchinati e aspetta.

Tutto questo non si svela facilmente, meglio stare zitti e rispettare i confini. Alì ride quando pensa alla prima volta che è entrato in una chiesa valdese e una signora che stava seduta s'è voltata verso di lui, l'ha guardato e m'ha chiesto: "da dove sei entrato?", "dalla porta sono entrato, come tutti", "no come sei entrato in Italia", "da Fiumicino, come tanti". Sapete, Fiumicino esiste anche per il Sud del mondo. Così Addis che quando ha detto a un tipo per strada che viene dalla Guinea è stato interrogato su come è finito in Italia "Con l'aereo, normale" e il tipo gli ha risposto "Ma perché l'aereo c'è anche laggiù da voi?". La conversazione s'è interrotta, Mohamed s'è dato alla fuga mille leghe sopra il cielo.  E noi a ridere con lui, prepariamo qualcosa da mangiare e continuiamo ad ascoltare.

 

 

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Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
"Perché vendi questa roba?" disse il piccolo principe.
"È una grossa economia di tempo", disse il mercante, "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti a settimana".
"E cosa se ne fa di questi 53 minuti?"
"Se ne fa quel che si vuole..."
"Io", disse il piccolo principe, "se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana..."

Contro il tempo calcolato e calcolatore, quello dell’orologio, dell’indifferenza degli attimi, che non lascia spazio per l’incontro, coltiviamo invece un tempo altro, fatto di cura e apertura, che sia la possibilità per un luogo dove tessere nuove relazioni, riprendere in mano la propria vita. Un luogo politico, dove per politico intendiamo la condivisione, il fare insieme, l’imparare l’uno dall’altro, il raccontarsi, il saper ascoltare.

Ognuno porta con sé una storia diversa, delle aspettative, delle scelte, dei desideri, delle sofferenze, delle gioie, delle capacità, dei legami. Per questi motivi non vogliamo indossare i panni di spettatori passivi della realtà in cui ci siamo ritrovati a vivere, non vogliamo che le categorie di “stranieri”, “rifugiati” o “italiani” ci costringano dentro territori stretti e prestabiliti.

Camminiamo adagio adagio verso la fontana, senza preoccuparci se serviranno più o meno di 53 minuti.

 

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VITA BARBARA

IL PACCO SICUREZZA

 

Cari Italiani, caro Governo della Repubblica, cari Giornali Quotidiani Agenzie di stampa e Televisioni, vi ringraziamo che in questi ultimi mesi siamo i grandi protagonisti della politica: noi stranieri – africani iraniani rumeni afgani indiani bangla ecc.ecc. ecc., non serve dilungarsi tanto sulle differenze quando voi ci continuate a chiamare con un nome solo. Tutti stranieri con o senza regolare permesso di soggiorno, questa l’unica distinzione. Ci dispiace complicarvi ancora una volta la vita dicendovi che siamo tutti irriducibilmente diversi e che in più la vostra distinzione regolare/irregolare spesso si appoggia su un filo di ragnatela tessuto da un ragno che passa per caso. Può chiamarsi Questura,  Centro di identificazione, Commissione, Diniego.

 Abbiamo letto il “pacchetto sicurezza”. Al suo interno c’è un decreto legislativo sui richiedenti asilo che dispone delle nostre vite e che è importante capire. Capire per non lasciarsi decidere.

Oggi gli stranieri sono un grosso problema – problema di accoglienza, di lingua, di comprensione, di lavoro – siamo noi. Problema perché ci vuole tempo e fatica a convivere con un diverso che ti porta un altro mondo a casa tua. In Costa d’Avorio ho lottato nel partito democratico cattolico per dare rappresentanza politica ai Burkinabè. Perché un ivoriano che ha il bisnonno del Burkina Faso non può essere eletto primo ministro? E qui la sorte m’ha giocato un brutto scherzo, sono io ora a essere lo straniero scomodo che non può dire una parola quando tutti parlano di lui – l’extra-comunitario, il negro, quello pericoloso, non t’avvicinare che è un ladro.

 Sono camerunense, sto al secondo anno di tirocinio al corso di scienze infermieristiche e i pazienti non vogliono essere toccati da me. I dottori mi allontanano quando c’è da fare un’iniezione o una soluzione glucosata.

Sono eritreo, tre anni che vivo in Italia col cedolino perché la Questura non mi dà il permesso di soggiorno anche se ho la protezione umanitaria. Col cedolino in tasca la legge mi dice che ho gli stessi diritti di chi ha il permesso di soggiorno e i fatti mi dicono di no. Non posso studiare lavorare cercare casa andare in Olanda a trovare mia madre, che non vedo da cinque anni. 

Vengo dal Togo, la Commissione ha sbagliato a giudicare la mia storia e ora aspetto a tempo indeterminato il Tribunale con l’espulsione al collo.

Cari miei, certo che chiediamo sicurezza. Leggi chiare, controlli e sicurezza. Ma la legge in Italia la fa il poliziotto in Questura, l’interprete alla frontiera se sei della sua stessa etnia o no, lo sportello dell’anagrafe che non ti fa la carta d’identità e il servizio ASL perché parli francese inglese e un po’ tedesco, ma non un italiano perfetto. Nessuno che la sa la legge ma tutti che la fanno quando sei straniero.

 Gli stranieri – un grosso problema. E qui inizia un gioco facile e losco che ci infila non tra chi ha bisogno di sicurezza perché ha dovuto lasciare tutto per non morire, ma al contrario tra quelli che mettono a rischio la sicurezza degli italiani. Eccoci nel “pacchetto sicurezza” accanto al grave problema rifiuti. Stranieri e Rifiuti, signori si apre la scena della politica, due emergenze da prendere sul serio. Stranieri e Rifiuti ripetono la triste politica dell’emergenza, politica tipicamente italiana che non guarda più in là dei suoi piedi e che dispera il futuro di tutti.

Sono andato in Tribunale emozionato di visitare il luogo della Legge: quando ho chiesto informazioni la guardia ha avuto paura di me e si è allontanato. Che?! Succede nell’autobus, per le strade, in fila, ma non credevo in Tribunale. la legge non è uguale per tutti, non lo è mai stata dall’apartheid alla democrazia.

Questo diciamo: la parola sicurezza non può essere l’inizio della politica. Fare politica significa NON far diventare gli stranieri un problema di sicurezza. La prospettiva politica, la pluralità come ricchezza, la sicurezza di italiani e stranieri sta innanzitutto nell’abbattere questo regime della paura. E invece moriamo tutti di paura, gli italiani di noi e noi degli italiani.

Il primo problema è proprio questo: la paura e il razzismo che la porta, e portandola genera divisione e odio. Il secondo problema è l’arbitrarietà con cui la legge vigente sull’immigrazione viene applicata. Razzismo e arbitrarietà fanno dell’Italia un paese debole e insicuro.

Razzismo a volte violento e volgare, come dimostrano le frequenti aggressioni di cittadini stranieri; Altre volte, razzismo ipocrita e interessato, come le riunioni Fao di questi giorni. Al primo rispondiamo: ci spiace essere arrivati fin qui e doverci ancora difendere come abbiamo imparato nei nostri paesi di origine durante guerre e dittature. Al secondo rispondiamo con una domanda semplice: perché l’Africa è ricca e gli africani poveri? Globalizzazione, finte indipendenze, prezzi fissi e produzione obbligata di cacao, caffè, arachidi, cotone, caucciù, minerali, diamanti, oro, petrolio - lasciateci in pace. L’Africa non ha bisogno dei vostri soldi.

Ma agli italiani e agli europei non arriva la verità sull’Africa e sul mondo. come noi non abbiamo un’informazione corretta dell’Europa (tutta libertà e democrazia) così qui arrivano briciole di notizie e oceani di falsità. Ignoranza e arroganza: un’altra coppia malefica che fa gli stranieri tutti criminali.

Il “pacchetto sicirezza”, dicevamo. È stato piuttosto faticoso leggerlo, consapevoli delle pericolosissime conseguenze che queste norme si porterebbero dietro. Cominciamo da quella che ci pare essere l’implicazione più terribile, che coinvolge i diniegati. Diniegato è chi fa domanda di asilo ma non è riconosciuto rifugiato dalla Commissione. Anche qui la rapidità dell’esame e l’arbitrarietà della decisione è pazzesca.

Degli amici del Darfur avevano una storia identica di persecuzione e torture: uno è stato riconosciuto rifugiato, l’altro no. Per chi è rifiutato comincia un tempo di attesa triste e vuoto, spesso molto lungo (1-2 anni) che serve alla legge per il ricorso al Tribunale civile. Il ricorso è un diritto importantissimo, che risponde ai molti errori possibili di chi ha preso una decisione sulla tua vita. Solo dopo il ricorso lo Stato italiano decide se puoi rimanere o no. Ora, la proposta del “pacchetto sicurezza” prevede che non puoi fare più ricorso in Italia. C’è scritto: torni  prima a casa tua, espulso, e poi puoi fare ricorso da laggiù. In concreto: dopo che ho lottato per la democrazia sotto una dittatura, sono stato preso incarcerato e torturato. Sono scappato per grazia o fortuna. Ed ora la legge mi impone di tornare a casa? Lì dove sono stato incarcerato e torturaato dovrei aspettare una protezione internazionale?

Quando poi leggiamo che arrivati qui dobbiamo circolare entro l’area indicata dal Prefetto non capiamo davvero. Se per caso arrivo a Lampedusa e poi faccio domanda di asilo a Crotone, devo stare fermo a Crotone anche se ho parenti e casa in un’altra città di Italia? E se conosco qualcuno di Milano che mi offre accoglienza non posso prendere il treno per andare a trovarlo? anche in olanda funziona così, ma almeno lì i servizi sociali mi seguono dal primo momento che sono nel loro territorio. qui devi stare fermo in una città senza casa, senza lavoro (perchè come richiedente asilo non puoi lavorare per legge) senza rapporti e conoscenze. Aspetti in una prigione senza sbarre. Un posto sospeso né fuori né dentro Italia.

Un’ultima cosa, prima di lasciarci. La nuova parola che buca i giornali è “reato” – il reato di immigrazione clandestina. In termini di legge, reato è la conseguenza di un’azione e non di un modo di essere. Diventi criminale per quello che hai fatto, non per quello che sei. Nascere in un posto o in un altro non è atto volontario. E in fondo, nonostante tutto, amiamo il paese che ci è toccato per nascere.

Non può essere reato muoversi oltre confini che la terra non ha imposto. e non può essere reato fuggire dalla morte che uomini hanno imposto.

                                                                                                                                                                                                                    gruppo r.a.r.

 

 

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