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Il “gruppo
di accoglienza”consiste nella costruzione di uno spazio di
dialogo, ascolto, racconto autobiografico, espressione,
testimonianza e di cura delle relazioni, a partire dalle
risorse e dalla peculiarità di ciascuno. Per fare ciò usiamo la
parola - orale o scritta - ma indaghiamo anche altri canali
comunicativi, come quello teatrale, musicale, corporale, ecc..
Difficile dire cosa
succede e perchè un gruppo di accoglienza. Eppure queste due
parole dopo anni che ci pensiamo ci girano per la mente come
giuste. Il gruppo - L'accoglienza. Non essere soli, dare e
ricervere accoglienza. Nessuna metascrittura. Questi racconti
nascono da un pomeriggio di programmazione attività, non da
interviste. Parlare del gruppo RAR, di cosa facciamo e abbiamo
fatto in uno o più anni trascorsi insieme ci porta
sorprendentemente dentro l'intimità di ognuno. Familiarità,
accadere, libertà, amicizia, appoggio, sono le prime parole per
dire il gruppo. Narrazione, confronto, lettura e scrittura per
ragionare insieme delle vite che ci toccano. Teatro, canti,
danza per non affaticare la differenza della lingua. Gite fuori
porta, in mezzo al bel freddo d'inverno nei boschi per darci
energia. Tempo, mente, penne e mestoli insieme per condividere
il tempo.
Nel tempo
abbiamo focalizzato l’efficacia terapeutica della dimensione del
gruppo : relazione ci sembra la parola chiave,
accompagnata da uno stile, quello dell'averne cura. Per
questo ci rivolgiamo a migranti che sono arrivati da poco e/o
vivono la loro condizione di esilio in modo particolarmente
doloroso: isolamento individuale, non riconoscimento giuridico,
discriminazione ed esclusione sociale. Mettere al centro la cura
della relazione interpersonale con chi è stato ferito da
violenza antropogena diviene un lavoro delicato e centrale per
la ricostruzione di un senso, del perché dello sradicamento e
della fuga, della possibilità di un progetto di vita in un luogo
estraneo.
L’esperienza lavorativa di questi anni, al fianco di chi ha
chiesto protezione al nostro Paese a seguito di persecuzioni e
violenza, ci ha mostrato in maniera lampante come la forma del
gruppo, con il suo articolarsi di relazioni collettive ed
individuali, faciliti notevolmente i processi riabilitativi,
immettendo le risorse di ciascuno in un luogo aperto (ai
cambiamenti, elastico rispetto alle situazioni e alla presenza
di persone sempre nuove) dove si sviluppa un clima in cui la
soggettività di ciascuno incontra l’intersoggettività del
gruppo, permettendo così di trasformare la situazione drammatica
che l’individuo sta vivendo attraverso una riappropriazione di
sé e una messa in gioco collettiva.
La
dimensione di gruppo permette inoltre di superare una rigida
dicotomia di subalternità tra operatori e utenti, permette di
costituire nuove collettività determinate da linguaggi comuni
che si andranno di volta in volta a costruire. Viene a
costituirsi quindi un luogo e un tempo nel quale riappropriarsi
della propria soggettività e sperimentare la propria autonomia
nella relazione con gli altri, e quindi come un ponte per
l’integrazione e la partecipazione al contesto sociale in cui si
vive.
L’obiettivo del gruppo di accoglienza è quello di mobilizzare
il ruolo fisso di “vittima” in cui la persona sofferente e/o
le istituzioni curanti rischiano di inserirlo, realizzando un
percorso che vada dall’esser impotente – conseguenza del potere
inflitto dal torturatore,
sempre pronto a riattualizzarsi nella relazione con l’alterità –
all’essere capace, ed in particolare capace di agire il presente
e credere nel proprio futuro, secondo tre fasi essenziali:
condivisione, reciprocità, attivazione.
Per
fare ciò, abbiamo posto le seguenti condizioni di attuabilità:
-
Condividere la medesima condizione esistenziale: essere
richiedenti asilo e rifugiati e vivere la condizione dello
sradicamento, dell’esilio, delle violenze subite e/o in atto
in modo particolarmente sofferto;
-
Punto
di partenza: il presente vissuto. Mai chiedere come prima
cosa a chi arriva al gruppo di raccontare il suo passato. Al
contrario, presentandoci, comunichiamo alla persona che per
entrare nel gruppo non c'è bisogno di raccontare gli anni di
carcere, le sevizie ed i loro segni, né le condizioni di
fuga o il perché si arriva. La persona al gruppo è quello
che sceglie di dare di sé. Il sapere e condividere il
proprio passato, se verrà, sarà un dono che ognuno sceglie
se dare e a chi;
-
Reciprocità. Il gruppo è ciò che le persone che vi
partecipano lo fanno essere, in continuo divenire,
accogliente grazie alla consapevolezza, alla volontà e
all’esperienza di chi si offre agli altri nel gruppo;
-
Attivazione. Non c’è conduttore, ma solo facilitatore. Ogni
persona presente è un soggetto capace di attivare il gruppo,
produrre nuove comprensioni e azioni.
Il
gruppo è il punto di partenza di una cura della relazione
all’interno e all’esterno del gruppo stesso. Se infatti esso
espone le persone invitandole fino al punto in cui vogliono
esprimersi, rispettando quindi i lunghi silenzi dei nuovi
arrivati, è vero che tale situazione è anche un'incubatrice di
cura e fiducia che prepara ad un'uscita all’esterno più forte e
consapevole – pensiamo alle file in Questura, agli
accompagnamenti nei Centri per l'Impiego, alla selezione per la
formazione professionale, ai luoghi istituzionali di ricerca
alloggio o ai servizi sociali, ma anche alla strada che
camminiamo insieme, agli sguardi e alle parole negli autobus, ai
controlli della Polizia alla stazione, ai luoghi di vita e di
comunità organizzati dagli stessi migranti.
In
ciò che chiamiamo accompagnamento, in una logica di
mediazione socio-culturale, ci si può trovare da un momento
all'altro sbalzati da una situazione di mediazione e filtro
“competente” ad una situazione capovolta in cui ad essere
guidato sei tu e ad essere competente è l'altro. La cura della
relazione, come obiettivo del gruppo di accoglienza, implica
costitutivamente questo rovesciamento delle competenze, questo
gioco e scambio e dono delle proprie competenze all'altro e
viceversa.
Il potere socio-terapico del gruppo funziona proprio
a patto di questa mobilizzazione. Noi ci sentiamo accolti;
lui/lei diventa capace ad accogliere e non solo bisognoso di
aiuto. Il passaggio dall'essere bisognoso all'essere capace
dice molto del nostro obiettivo. Quando parliamo di passaggio
non crediamo in un percorso lineare progressivo che si fa una
volta sola; al contrario, il gioco tra dipendenza e libertà,
uni-versalità e reciprocità, bisogno e capacità non è permesso
quasi mai di giocarlo una volta sola. Ogni andare avanti verso
la fiducia e l'autonomia porta con sé la possibilità della
regressione – qui, certamente, l’aver subito tortura, la
colpevolizzazione e la riduzione del sé a impotenza hanno una
forza prorompente - ma crediamo che questo andirivieni sia parte
integrante della formazione dell'identità e della relazione
tout court; se così non fosse, ritorneremmo a fare di un
evento specifico, la tortura, che certo significa e costringe,
la chiave di volta di un'intera mappatura della personalità.
Sono invece molte e varie le componenti che vivono e si
intrecciano: la singolarità della storia, la capacità culturale
e politica di leggerla, la codificazione semantica nella cultura
di appartenenza, la rappresentazione identitaria dello straniero
nel Paese di accoglienza.
Tazze nuove e biscotti iniziano il pomeriggio. Sono ancora da
sola. Arriva Addis, sorriso amico, Silvia mi chiama perché il
treno non passa, Marta entra zitta zitta e così Luca, che appena
seduto intavola grandi discorsi. Il filo c'è, è il nome della
nostra associazione, Laboratorio 53, perché laboratorio e perché
53. E che significa lavorare con richiedenti asilo e rifugiati.
Nulla è lasciato al caso, la cura del Piccolo principe per le
parole ci scalda. Laboratorio 53 siamo noi e questo noi è frutto
di una scelta: lavorare con i migranti. Chi desidera questa
decisione, chi la prende o la prenderà, fa parte di noi. L'unica
differenza tra noi e gli altri sta nella scelta, perché gruppo
RAR è un gruppo che per caso e per fortuna si è incontrato,
agisce, cresce e decresce, parla e si inventa. Laboratorio 53 fa
in più di questo caso un impegno.
Addis è un adulto bambino, un uomo che conserva i tratti, la
fedeltà, la tenacia e la ricerca di gesti precisi di un bambino
nei suoi primi passi verso il mondo. Come un bambino alcune cose
che succedono sembrano scivolargli addosso, ma in realtà non
dimentica. Ammira le tazze nuove mentre ascolta annuendo al mio
tentativo di spiegare perché lavoro con i richiedenti asilo e
quanto imparo da loro. Imparo ad accogliere il segreto di ogni
singola vita, a vivere nel presente dell'incontro il mistero che
la regge. E lo imparo proprio non chiedendo quello che per
dovere professionale o stolta curiosità è qui in Italia
continuamente interrogato, scoperto, denudato, scritto,
certificato, provato o non provato: il loro passato.
Donna congolese, rifugiata riconosciuta, testimonial in qualche
manifestazione da qualche parte, Addis l'ascolta: "Ora che sono
rifugiata, che sono protetta da questo Stato e vivo al sicuro,
non ho più niente da proteggere. Sono ormai vuota, scoperta". In
balia di tutti quelli che sanno le violenze subite, in balia
della Questura in cui ho dovuto raccontare la mia storia, in
balia degli avvocati che me l'hanno fatta correggere e ripetere,
in balia della Commissione - perfetti sconosciuti che hanno
giudicato la verità delle violenze subite, file di dettagli sul
mio corpo come termometro di veridicità. Serviva una vittima e
lo sono diventata. Questo racconta Addis, lui che un pò di
ritegno se l'è conservato, è riuscito a non piangere e a dire
quello che voleva dire in Commissione, non quello che la
Commissione voleva o doveva sentirsi dire. Ha in mano il diniego
perché non s'è consegnato, ha custodito il segreto così come lo
custodisce con noi. Ora non può prendere l'autobus perché un
semplice controllore a cui gira storto può abusare del suo
potere e chiamare le forze dell'ordine, facile in questi giorni
ritrovarsi in un CPT prima di aver capito perché.
Addis ha l'espulsione in mano, un riesame iniziato per favore un
ricorso in contemporanea, senza avere ancora nulla con sé oltre
al foglio di via. La donna rifugiata aveva ragione, lei coi suoi
documenti e un lavoro e probabilmente una casa. Io ho fatto gli
stessi giri, la Questura di Roma la conosciamo bene, vivo in un
centro di accoglienza "per favore", dato che non ho più
documenti e per legge sono uscito di qui, non esisto quindi più
né qui né là. Per favore mangio pasta e pane nel centro e per
sfavore m'è venuto il diabete, per favore alcuni giorni riesco a
prepararmi un'insalata di cetrioli cipolla e peperoni con tanto
piccante invece di continuare a mangiare pasta che peggiora il
diabete. Ma il cioccolato mi piace troppo, quando me lo regalano
non ci rinuncio neanche morto. Non faccio più sport, non posso
più lavorare, non ho più un soldo, dimentico tutto quello che
sapevo fare. Quando cambi mondo tutto cambia, il freddo il caldo
la vista il metabolismo la pelle, la fiducia in te.
Metti un giorno per caso arrivi in un altro mondo in cui
qualcuno che non conosci ha deciso che non puoi stare e sei
senza soldi, lingua, cibo, casa. Aspetti che qualcuno che ti ha
promesso un favore si ricordi di te. Quel qualcuno può chiamarsi
Caritas, S. Egidio, Centro Astalli, Commissione, Medici contro
la tortura, Laboratorio 53, Avvocato, Questore, Amico, Dio.
Addis ha un filo diretto col suo Dio, in fondo lo sa che
qualcuno si ricorda di lui nonostante noi, da qui forse il fatto
che raramente s'abbatte, una insormontabile serenità lo
abbraccia nonostante tutto.
Nei tavoloni della biblioteca noi mediatori culturali,
antropologi, assistenti sociali e psicologi ecc. ecc. studiamo
che significa tortura e sottolineiamo le parole del torturatore
che fanno a pezzi la persona: "Niente, nelle mie mani tu non sei
niente". Specchio riflesso del vivere in un luogo che canta
facilmente i diritti dell'uomo e che in vetrina aborrisce la
tortura: Addis qui da noi tu sei niente, sei nelle nostre mani e
vivi grazie a noi, ringrazia inchinati e aspetta.
Tutto questo non si svela facilmente, meglio stare zitti e
rispettare i confini. Alì ride quando pensa alla prima volta che
è entrato in una chiesa valdese e una signora che stava seduta
s'è voltata verso di lui, l'ha guardato e m'ha chiesto: "da dove
sei entrato?", "dalla porta sono entrato, come tutti", "no come
sei entrato in Italia", "da Fiumicino, come tanti". Sapete,
Fiumicino esiste anche per il Sud del mondo. Così Addis che
quando ha detto a un tipo per strada che viene dalla Guinea è
stato interrogato su come è finito in Italia "Con l'aereo,
normale" e il tipo gli ha risposto "Ma perché l'aereo c'è anche
laggiù da voi?". La conversazione s'è interrotta, Mohamed s'è
dato alla fuga mille leghe sopra il cielo. E noi a ridere con
lui, prepariamo qualcosa da mangiare e continuiamo ad ascoltare.
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Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la
sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più
il bisogno di bere.
"Perché vendi questa roba?" disse il piccolo principe.
"È una grossa economia di tempo", disse il mercante, "Gli
esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti a
settimana".
"E cosa se ne fa di questi 53 minuti?"
"Se ne fa quel che si vuole..."
"Io", disse il piccolo principe, "se avessi 53 minuti da
spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana..."
Contro il tempo calcolato e calcolatore, quello dell’orologio,
dell’indifferenza degli attimi, che non lascia spazio per
l’incontro, coltiviamo invece un tempo altro, fatto di
cura e apertura, che sia la possibilità per un luogo dove
tessere nuove relazioni, riprendere in mano la propria vita. Un
luogo politico, dove per politico intendiamo la
condivisione, il fare insieme, l’imparare l’uno dall’altro, il
raccontarsi, il saper ascoltare.
Ognuno porta con sé una storia diversa, delle aspettative, delle
scelte, dei desideri, delle sofferenze, delle gioie, delle
capacità, dei legami. Per questi motivi non vogliamo indossare i
panni di spettatori passivi della realtà in cui ci siamo
ritrovati a vivere, non vogliamo che le categorie di
“stranieri”, “rifugiati” o “italiani” ci costringano dentro
territori stretti e prestabiliti.
Camminiamo adagio adagio verso la fontana, senza preoccuparci se
serviranno più o meno di 53 minuti.
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