CHI SIAMO COSA VOGLIAMO
Cari
amici,
è ora
di spiegare chi siamo, perché altrimenti facciamo lo stesso
gioco di chi confonde le carte. Vi rispondiamo dopo aver
raccolto i messaggi arrivati. È evidente che alcuni, come il
signor Merola che ci ha scritto dal sito de Il Messaggero, non
sanno chi siano i richiedenti asilo e i rifugiati. È anche
chiaro che la realtà dei centri di accoglienza a Roma è molto
confusa. Il giornale Liberazione li ha chiamati “centri di
detenzione”. E forse “detenzione” descrive la realtà che viviamo
meglio di quanto non faccia la parola “accoglienza”. Eppure
viviamo in centri di accoglienza.
Scriviamo quindi per presentarci e per dire cosa chiediamo
concretamente.
RAR
significa Richiedenti Asilo Roma. Chi è un richiedente asilo?
Abbiamo letto la Convenzione di Ginevra per rispondervi meglio,
ma decidiamo di prendere le parole da quello che abbiamo vissuto
sulla nostra pelle.
Richiedente asilo significa rischiare la vita a casa tua,
significa scappare senza poter tornare dove sei sempre vissuto.
Per andare ovunque, ma non più a casa. Scappiamo per molti
motivi – richiedente asilo è il nome di molte storie, difficili
e diverse. Come la categoria di stranieri, anche quella di
richiedente asilo ha tutta la sua complessità. Non siamo tutti
uguali, né necessariamente fratelli.
Ho
lasciato il mio paese perché il popolo Oromo soffre l’Apartheid
in Etiopia, non può parlare la sua lingua, praticare la sua
cultura, fare attività politica democratica.
Ho
lasciato il mio paese perché sono cattolico e dopo aver
dichiarato la mia fede sono stato internato e torturato in Togo.
Ho
lasciato il mio paese perché il Governo della Costa d’Avorio è
ostile alla mia etnia. Mi hanno licenziato, mi hanno preso, mi
hanno messo in carcere e torturato.
Ho
lasciato il mio paese perché l’Eritrea è sempre in guerra. I
giovani sono costretti a fare il militare a vita, perché senza
tessera del Governo che certifica che fai il militare ti
prendono per strada e ti mettono sotto terra nei Trak.
Siamo
in Italia per vivere. Non per vivere meglio.
Meglio
era poter restare. Ma questo significa morire ammazzati, noi e
le nostre famiglie. Casa è impossibile se vogliamo continuare a
vivere in qualche modo. Siamo scappati per proteggere la nostra
vita. Non per cercare lavoro, per soldi, per una vita da ricchi.
Ero
tecnico informatico.
Ero
diplomato in assistenza sociale.
Ero
tecnico audio-visivo.
Ero
carpentiere e rasatore.
Ero
fornaio.
Ero
insegnante.
Ero
studente alla scuola superiore.
Ero
infermiere.
In
Italia ho buttato via il mio diploma perché, con la mia
protezione umanitaria, non esiste nessuno che convalida qui il
mio titolo. Ero infermiere e ora faccio il badante a nero,
mentre l’Italia ha bisogno di infermieri e io sono costretto a
rimanere in un centro di accoglienza. Così è uno spreco per
tutti.
Immagina:
arrivi in un posto e ti dicono che è l’Inghilterra, dove ti
aspettano i tuoi amici. Invece è Lampedusa, Crotone, Foggia,
Udine, Roma. Hai pagato tutto quello che avevi per il viaggio.
Se conservi ancora qualche soldo lo vai a cambiare e ti accorgi
che sono solo cinque euro. Cinque euro in tasca e non sai dove
sei nel mondo.
Ma non
vi chiediamo soldi. Vogliamo capire come funzionano i centri in
cui viviamo come pecore. Baobab: 160 pecore; via Scorticabove:
100 pecore: via Casilina 815 poco più di 20 pecore, sgomberate.
Viviamo
a Roma dentro i centri di accoglienza, dove sappiamo bene cosa
non si può fare e cosa non si può chiedere. Dentro siamo
trattati come colpevoli e noi ci sentiamo in colpa, ma non
sappiamo perché. Forse perché non portiamo soldi all’Italia come
i turisti? Impari presto a stare zitto perché non paghi.
Eppure
il Comune spende soldi per l’accoglienza. C’è un budget per ogni
persona che vive nei centri e che viene dato a chi li dirige.
Quando occupi un letto il Comune ti conta e paga per te. Quando
vai alla mensa, fai la fila per firmare perché c’è bisogno di
certificare la spesa.Vogliamo sapere dove andare, chi è la
persona, l’ufficio, l’associazione o l’istituzione che è pagata
per aiutarci.
Basta
con il business dell’accoglienza sopra le nostre teste.
Ho
chiesto di leggere la convenzione che il mio centro ha con il
Comune. Impossibile. Mi hanno detto: chi ti ha fatto venire qua?
A Roma l’accoglienza si fa clandestinamente. Il Comune spende
dei soldi, ma non si capisce dove vanno a finire. Non puoi avere
risposte dalle Istituzioni. Ti prendono in giro se vai e chiedi.
Lo stesso è per mangiare, avere un avvocato, cercare lavoro,
fare un corso di formazione. Finisci sempre nel solito cerchio:
dal centro di accoglienza al Centro Astalli, dal Centro Astalli
a via delle Zoccolette, dove c’è la Caritas, da via delle
Zoccolette al Comune e dal Comune al centro di accoglienza. E
intanto tu giri e aspetti e giri e il tempo passa.
Basta anche con
l’ipocrisia e la sua altra faccia, il buonismo.Vogliamo sapere
chi controlla i centri di accoglienza perché ciò vuol dire
controllare noi. Capire quando, come e perché significa tornare
a potere qualcosa su una vita che è la nostra e non quella di
chi riceve i soldi dal Comune.
Questo
chiediamo: conoscere gli accordi tra il Comune e i centri di
accoglienza, leggere le convenzioni firmate, sapere quanti soldi
vengono dati ogni giorno dal Comune e come sono spesi,
concordare il regolamento con i responsabili dei centri,
partecipare alle riunioni di gestione perché in gioco ci sono le
nostre vite.
E
chiediamo un luogo che non sia la strada né la fila in qualche
ufficio o l’internet point a Termini. Un piccolo luogo dove
andare ogni giorno e incontrarsi, dove studiare capire e
confrontarsi. Vogliamo realizzare, scambiare e offrire qualcosa
di nostro a questa città.
Gruppo R.A.R